Per una nuova cultura del concorso di architettura: trasparenza, responsabilità e riconoscimento del lavoro progettuale
Novembre 4, 2026
Il concorso di architettura rappresenta uno strumento di fondamentale importanza ogniqualvolta un’opera sia destinata ad assumere un particolare rilievo per la collettività, per il suo valore rappresentativo o per la complessità dei temi che è chiamata ad affrontare. La sua storia è antica: già nella Grecia classica si ritrovano testimonianze di competizioni finalizzate alla selezione di proposte architettoniche, tra cui quella, datata intorno al 448 a.C., per un monumento celebrativo sull’Acropoli ateniese dopo le guerre persiane. Una tradizione che, pur con forme e significati differenti, ha accompagnato l’evoluzione della professione fino ai nostri giorni.
Nel nostro ordinamento, i concorsi di progettazione sono disciplinati dall’articolo 46 del D.Lgs. 36/2023, il nuovo Codice dei contratti pubblici, che ne definisce le modalità di svolgimento. Per i lavori pubblici, la procedura ordinaria è articolata in un’unica fase, con l’acquisizione di un progetto sviluppato a livello di fattibilità tecnica ed economica (PFTE). È tuttavia possibile, con adeguata motivazione, ricorrere a una procedura in due fasi: nella prima vengono selezionate le proposte ideative, nella seconda queste vengono sviluppate fino al livello di PFTE.
Un quadro normativo che, pur nella sua apparente linearità, offre lo spunto per alcune riflessioni sul modo in cui i concorsi vengono concepiti e gestiti nel nostro Paese.
Ma prima, una considerazione rivolta agli addetti ai lavori. Nel sentire comune dei progettisti, il concorso viene prevalentemente percepito, diciamocelo con franchezza, in chiave di opportunità professionale, un’occasione per mettere alla prova le proprie capacità, ottenere visibilità, acquisire incarichi e raggiungere soddisfazioni professionali altrimenti difficili da conseguire.
Tutto vero, naturalmente. Ma sarebbe forse opportuno e più etico (se non più elegante) spostare l’ago della bilancia. Proprio in virtù dell’interesse pubblico che il concorso di architettura riveste, o dovrebbe rivestire, noi professionisti dovremmo considerarlo anche come una sorta di dovere etico, una forma di partecipazione attiva alla costruzione della qualità collettiva. Non soltanto un’opportunità per il singolo progettista, dunque, ma uno strumento attraverso il quale la nostra professione contribuisca direttamente alla qualità dell’ambiente costruito, alla cultura architettonica e, in ultima analisi, alla vita delle persone.
Il concorso, dunque, come banco di prova della considerazione che il sistema Paese riserva all’architettura e a chi la pratica.
Tutto questo, beninteso, senza sottovalutare quanto la partecipazione a un concorso possa essere impegnativa e onerosa, tanto in termini di tempo quanto di risorse economiche e professionali.
Ed è proprio qui che nasce il problema. Se vogliamo che il concorso torni a essere uno strumento credibile, attrattivo e realmente utile alla collettività, occorre ripensarne alcune regole: quelle riguardanti la trasparenza, le pari opportunità di partecipazione e, soprattutto, il riconoscimento del lavoro progettuale.
Negli ultimi anni, diversi episodi hanno trasformato alcuni concorsi di architettura in fatti di cronaca, talvolta poco edificanti, compromettendo la credibilità di uno strumento che dovrebbe rappresentare il modo più naturale e qualificato per affidare la progettazione di un’opera pubblica.
Chi decide di partecipare deve poter contare su alcune garanzie fondamentali: pari condizioni di valutazione, regole chiare e rispettate, una commissione qualificata, autorevole e riconoscibile.
Chi giudica il progetto?
In quest’ottica, assume particolare importanza la composizione della commissione giudicatrice. Non basta che i suoi componenti possiedano competenze adeguate: è necessario che siano riconosciuti come figure autorevoli, indipendenti e prive di situazioni di incompatibilità o conflitto di interessi. La loro estraneità rispetto agli interessi locali e alle dinamiche che possano gravitare intorno all’intervento costituisce un ulteriore elemento di garanzia.
Ritengo, inoltre, che la composizione della giuria dovrebbe essere resa pubblica già al momento della pubblicazione del bando, come già avveniva in passato. Non vedo quale vantaggio possa derivare dal mantenere segreti i nomi di chi è chiamato a giudicare, purché resti naturalmente garantito l’anonimato degli elaborati fino alla conclusione dei lavori della commissione, come previsto dalla normativa.
Una giuria pubblicamente investita del proprio ruolo, composta da professionisti riconoscibili e chiamati a rispondere delle proprie valutazioni, sarebbe probabilmente anche più consapevole della responsabilità culturale e professionale che le viene affidata. Non si tratta di esporre i commissari a pressioni esterne, ma di riconoscere pubblicamente la loro funzione.
Del resto, come già sottolineava Bruno Zevi nelle sue riflessioni sul ruolo culturale dei concorsi, la scelta di un progetto non è mai un atto puramente tecnico. È anche un giudizio critico, che riflette una determinata visione dell’architettura. Sapere chi giudica significa conoscere, almeno in parte, il quadro culturale entro cui si svilupperà la valutazione.
Le regole del gioco
Un altro aspetto fondamentale riguarda la stesura del bando.
Troppo spesso abbiamo assistito a concorsi nei quali il bando, redatto con grande scrupolo, descrive minuziosamente le condizioni di partecipazione, i requisiti e le linee guida alle quali tutti i concorrenti sono tenuti ad attenersi, talvolta persino a pena di esclusione. Eppure, non di rado, proprio quelle indicazioni sembrano perdere consistenza nel momento della valutazione, quando la giuria finisce per privilegiare una proposta più vicina alla propria visione del tema, trascurando prescrizioni considerate imprescindibili.
È un po’ come disputare una partita di tennis con un regolamento condiviso da tutti i giocatori, per poi scoprire che l’arbitro decide di reinterpretarlo durante il match, penalizzando proprio chi vi si è attenuto con maggiore rigore.
La questione non è quella di imbrigliare la libertà critica della commissione, né di trasformare il giudizio architettonico in un esercizio notarile di conformità. La qualità di un progetto non può essere ridotta a una sommatoria di requisiti soddisfatti. Ma la discrezionalità della giuria deve esercitarsi all’interno di regole conosciute e rispettate da tutti.
La soluzione che propongo è semplice, almeno nel suo principio: la commissione giudicatrice dovrebbe essere coinvolta fin dall’inizio nella costruzione del bando, contribuendo alla definizione del programma, delle linee guida e dei criteri di valutazione. La responsabilità amministrativa e procedurale rimarrebbe naturalmente in capo alla stazione appaltante, ma il documento tecnico e culturale dovrebbe nascere anche dal contributo di chi sarà chiamato a valutarne gli esiti.
Se chi giudica partecipa all’elaborazione delle regole, sarà più difficile che queste vengano disattese o interpretate arbitrariamente. E chi partecipa conoscerà in anticipo non soltanto le condizioni della competizione, ma anche il quadro culturale e critico entro il quale il proprio lavoro sarà valutato.
Il valore del lavoro che non vince
C’è poi una questione altrettanto importante, che riguarda direttamente il rapporto tra committenza pubblica e professionisti: il riconoscimento del lavoro progettuale prodotto dai concorrenti.
Tornando al quadro normativo iniziale, un progetto di fattibilità tecnico-economica, soprattutto quando riguarda un’opera complessa, richiede un impegno tutt’altro che trascurabile. Ma anche una proposta ideativa, nell’ambito di un concorso in due fasi, comporta un lavoro di studio, analisi e interpretazione che non può essere liquidato come un semplice esercizio preliminare.
Partecipare significa studiare il contesto, analizzare le relazioni funzionali, confrontarsi con vincoli urbanistici, normativi, tecnici ed economici, sviluppare soluzioni e tradurle in elaborati grafici, relazioni e rappresentazioni. Che si tratti di un museo, di un ospedale o di un teatro, il lavoro richiesto può raggiungere livelli di approfondimento considerevoli.
Eppure, su decine, talvolta centinaia di proposte, di studi, di progetti, di notti insonni e di revisioni, soltanto uno viene premiato con un incarico, mentre pochi altri ricevono, quando previsto e a seconda del piazzamento, un riconoscimento economico spesso poco più che simbolico.
Non è forse il caso, allora, di riconoscere formalmente il lavoro svolto da tutti coloro che hanno partecipato?
Penso, per esempio, alla possibilità di introdurre un’attestazione ufficiale dell’attività progettuale effettivamente svolta, con indicazione del livello di approfondimento degli elaborati prodotti e dell’avvenuta ammissione alla valutazione. Un documento distinto dal certificato di regolare esecuzione e che non attribuisca necessariamente requisiti tecnico-professionali spendibili nelle gare, ma che riconosca comunque in forma ufficiale il lavoro professionale realmente eseguito.
Il valore del lavoro prodotto non dovrebbe dipendere esclusivamente dalla posizione raggiunta in graduatoria. La valutazione della giuria determina il merito relativo delle proposte e individua quella ritenuta migliore, ma non cancella il lavoro effettivamente svolto dagli altri partecipanti.
Naturalmente, occorre distinguere tra la semplice presentazione di una proposta e la produzione di un elaborato progettuale completo, conforme alle condizioni richieste e ammesso alla valutazione. Ma, una volta accertato quest’ultimo requisito, perché non riconoscere formalmente l’attività svolta?
Non si tratta di attribuire un premio a tutti, né di mettere in discussione la discrezionalità della commissione. Si tratta di riconoscere che il processo concorsuale produce un patrimonio di lavoro, conoscenze e proposte che non può essere considerato privo di valore soltanto perché non ha generato il progetto vincitore.
Un nuovo patto tra professione e collettività
In fondo, il concorso di architettura è uno strumento attraverso il quale la collettività chiede ai professionisti di mettere a disposizione competenze, sensibilità e capacità progettuale per individuare la soluzione migliore a un problema comune.
Ma questo rapporto non può essere unidirezionale.
Se alla professione si chiede di investire risorse, tempo e intelligenza progettuale, la committenza ha il dovere di garantire condizioni di partecipazione corrette, procedure trasparenti, valutazioni motivate e un adeguato riconoscimento del lavoro svolto.
Non è soltanto una questione di tutela dei progettisti. È una condizione necessaria per migliorare la qualità stessa dei concorsi e non impoverire il patrimonio di idee e competenze a disposizione della collettività.
Forse dovremmo allora cambiare prospettiva. Non considerare il concorso come un’occasione che la pubblica amministrazione concede ai progettisti, ma come un processo culturale e professionale che la committenza attiva nell’interesse della collettività e al quale i progettisti contribuiscono con il proprio lavoro.
Il concorso è svolto dai professionisti, non è a loro rivolto.
Se vogliamo che continui a essere uno strumento credibile, autorevole e capace di produrre buona architettura, dobbiamo cominciare proprio da qui: restituendo valore a chi lo rende possibile.
