Data center: qualche informazione e molti interrogativi per noi architetti

Territorio, ambiente, salute e interesse pubblico di fronte alla crescita delle infrastrutture digitali

Attorno ai data center, per fortuna, dopo tanto entusiasmo, cresce una consapevole diffidenza.

Se analizziamo la condizione nel nostro Paese e in particolare in Lombardia, vediamo che proprio intorno a Milano le domande per la realizzazione di nuovi Data Center sono esplose in maniera considerevole. Una crescita tale da indurre la stessa Regione Lombardia, a pochi mesi dall’approvazione della legge regionale n. 11 del giugno 2026, a valutare un ulteriore rafforzamento delle disposizioni che regolano questi insediamenti.

Se siamo attenti a ciò che accade e cerchiamo di comprendere gli avvenimenti che ci circondano, che coinvolgono il territorio, l’ambiente e quindi l’uomo, dobbiamo insieme cercare di approfondire questo tema e affrontare alcuni interrogativi di fondo sui DC. Ne indico alcuni:

  1. Sono veramente indispensabili tutti questi Data Center nel nostro Paese? E soprattutto, quanti e dove?
  2. Quali effetti producono questi insediamenti sul territorio, sull’ambiente, sulla salute e sul benessere delle persone?
  3. Quali benefici producono per i Paesi e per le comunità che li ospitano?
  4. Quali consumi energetici richiedono per funzionare? Quanta acqua utilizzano per il raffreddamento? Qual è il fabbisogno di energia elettrica di infrastrutture che funzionano 24 ore al giorno, per tutto l’anno?
  5. Quali effetti producono sul microclima locale? Quanto calore disperdono nell’ambiente? Quali sono le conseguenze dei prelievi idrici, delle emissioni sonore e dei campi elettromagnetici generati dalle infrastrutture necessarie al loro funzionamento?
  6. A quali soggetti, società e fondi di investimento generano profitti questi insediamenti?
  7. Se chi sta investendo molti miliardi nel nostro Paese, spesso grandi operatori internazionali, non produce adeguati benefici in termini di qualità della vita, servizi e nuova occupazione stabile, ci chiediamo perché il nostro Paese si sia reso così disponibile ad ospitarli e, soprattutto, a quali condizioni.

Cercare di comprendere le risposte a questi interrogativi è per noi un aspetto etico al quale non possiamo sottrarci, soprattutto perché direttamente coinvolti, professionalmente, nelle trasformazioni urbanistiche.

Inoltre, la nostra professione si è sempre preoccupata del benessere e della salute dei cittadini e delle cittadine, che queste strutture, se non adeguatamente progettate e regolamentate, rischiano di compromettere.

Sono molti i colleghi urbanisti chiamati a redigere PGT e loro Varianti, talvolta necessarie a consentire anche l’insediamento dei DC, e altri colleghi, non necessariamente italiani, che presentano i piani attuativi e seguono le convenzioni urbanistiche, nelle quali vengono definiti oneri, dotazioni e compensazioni concordati fra i proponenti e le amministrazioni comunali.

È proprio in questa fase che occorre porre particolare attenzione al rapporto tra interesse pubblico e interesse privato. Non possiamo limitarci ad adattare gli strumenti urbanistici alle esigenze di chi propone un investimento, senza prima valutare se e come questo possa risultare compatibile con una più ampia pianificazione del territorio.

In Italia, per fortuna, la Rete Stop Data Center, che riunisce comitati di numerose città, sta crescendo velocemente, dalla Lombardia alla Puglia. Il timore è comprensibile. Un capannone pieno di server che consuma suolo, richiede grandi quantità di energia, può utilizzare importanti risorse idriche, produce calore e rumore e necessita di consistenti infrastrutture elettriche rischia di diventare una jattura per chi gli vive accanto, soprattutto se realizzato senza le dovute attenzioni progettuali e ambientali.

È anche vero che è difficile, se non quasi impossibile, fare a meno dei data center, perché ormai ogni attività in rete, ogni pagamento con la carta, ogni referto clinico, ogni messaggio passa da questi impianti.

Occorre tuttavia riscontrare che nel 2024 i data center hanno consumato 415 terawattora, pari all’1,5% dell’elettricità mondiale, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). Le emissioni indirette associate alla produzione dell’elettricità consumata sono state stimate in circa 180 milioni di tonnellate di CO₂ e le prospettive di crescita, anche alla luce delle richieste di connessione presentate a Terna, sono considerevoli nel nostro Paese e non soltanto in Italia.

Ricordiamoci inoltre che l’Italia presenta ancora una forte dipendenza energetica dall’estero, che rende particolarmente importante interrogarsi sulla sostenibilità di una crescita così significativa della domanda elettrica.

Questi impianti, dovendo funzionare in maniera continuativa, richiedono sistemi di alimentazione particolarmente affidabili e gruppi di emergenza, spesso alimentati a gasolio o con altre tecnologie, capaci di intervenire in caso di blackout. Occorre dunque valutare anche le emissioni associate all’alimentazione elettrica e ai sistemi di riserva, senza dimenticare quelle derivanti dalla costruzione e dal funzionamento delle infrastrutture.

Quasi tutta l’energia elettrica assorbita dalle apparecchiature si trasforma infine in calore, che deve necessariamente essere allontanato. La sua dispersione nell’ambiente può contribuire ad alterare il microclima locale e, in particolari condizioni, ad aggravare i fenomeni delle isole di calore. Un effetto che deve essere valutato caso per caso, tenendo conto delle dimensioni degli impianti, delle tecnologie utilizzate e delle condizioni ambientali e urbanistiche del luogo.

Vogliamo poi richiamare l’attenzione sui campi elettromagnetici associati alle infrastrutture elettriche, da verificare nel rispetto dei limiti normativi, e sul rumore emesso dalle apparecchiature e dai sistemi di raffreddamento ad aria, necessari ad abbassare le temperature oltre le quali i server potrebbero essere danneggiati.

Anche l’acqua necessaria al raffreddamento costituisce una questione rilevante. I consumi variano sensibilmente in funzione delle tecnologie utilizzate: alcuni sistemi richiedono consistenti apporti idrici, altri utilizzano circuiti chiusi e soluzioni di raffreddamento differenti. Analogamente, occorre prestare attenzione alla temperatura degli eventuali scarichi idrici e alle possibili conseguenze sugli ecosistemi, evitando che il calore sottratto alle apparecchiature diventi semplicemente un ulteriore problema ambientale.

La domanda delle domande allora è un’altra:

È possibile costruire data center che non devastino il territorio, non sprechino acqua ed energia e, addirittura, contribuiscano a migliorare la qualità dei servizi locali e a garantire il benessere e la salute dei cittadini?

Alcuni esempi virtuosi: il calore dei server come risorsa pubblica

Per rispondere a questa domanda riporto il contributo del giornalista Pino Bruno del 15 ottobre 2026, che ha cercato, proprio perché quella dei DC è una questione mondiale, alcuni esempi virtuosi dai quali prendere spunto.

Particolarmente interessante è l’esperienza di Tallaght, nella periferia sud di Dublino, dove il calore prodotto dai server viene recuperato per riscaldare edifici pubblici e abitazioni. Un esempio nel quale la presenza di un’infrastruttura privata è stata inserita all’interno di una strategia energetica promossa e governata dalle istituzioni pubbliche.

Riporto di seguito il suo testo, per il quale l’autore ha gentilmente autorizzato la riproduzione.


A Tallaght, periferia sud di Dublino, la biblioteca comunale si scalda con il lavoro dei server. Quelli di Amazon girano giorno e notte e riempiono le sale di aria calda. Serpentine piene d’acqua la raffreddano e si portano via il calore. L’acqua esce a 25 gradi, tiepida come un bagno dimenticato. Nel centro energetico vicino, le pompe di calore, frigoriferi che lavorano alla rovescia, la spingono fino a 70-85 gradi. Poi parte verso la sede del Comune, il campus del politecnico, la biblioteca, 133 appartamenti. Torna più fredda e Amazon la usa per raffreddare di nuovo le sale. Sempre la stessa acqua. Nessuna caldaia a gas.

Amazon cede il calore gratis e in cambio risparmia elettricità. Ma l’idea non è nata in una sala riunioni di Seattle. Nel 2015 l’agenzia energetica di Dublino, Codema, disegna la mappa di chi consuma calore in città. Tallaght risulta adatta a una rete di teleriscaldamento, tubi sotterranei che portano acqua calda alle case. Poi Amazon chiede il permesso di costruire.

Le regole urbanistiche locali obbligano i nuovi impianti con molto calore di scarto a dichiararlo e a predisporre il recupero. La mappa trova la sua fonte. La rete è del Comune, tramite Heat Works, società senza scopo di lucro. Secondo l’agenzia pubblica irlandese per l’energia evita circa 1.500 tonnellate di CO₂ l’anno. Una mappa, una regola, un ente pubblico ben amministrato. Il resto lo fanno i tubi.

Il metodo non è solo irlandese. A Odense, in Danimarca, il data center di Meta è stato costruito dentro la rete di teleriscaldamento della città. Dal 2019 pompe di calore ad ammoniaca alzano l’acqua dei server a 70-75 gradi, circa 45 megawatt. Nel 2022 lo Stato ha tolto la tassa sul calore di scarto.

A Stoccolma la società del calore, di proprietà del Comune e di Fortum, paga i data center per quello che per loro era solo un costo.

C’è un limite, e va detto. D’estate i termosifoni si spengono. Stoccolma compra quel calore negli otto mesi più freddi. In Finlandia Fortum stima di usare circa il 75% del calore dei server di Microsoft, perché d’estate il fabbisogno è minimo. Quel che avanza scalda l’acqua dei rubinetti. Il resto torna nell’aria.

In Italia il primo calore dei server entra in una rete a Brescia, nella centrale Lamarmora di A2A, dal giugno 2025. Trenta unità di calcolo della francese Qarnot sono raffreddate a liquido. L’acqua esce fino a 65 gradi ed entra nella rete senza pompe di calore. Circa 800 megawattora l’anno, il riscaldamento di una sessantina di famiglie. Una goccia. La prima.

Il Decreto Bollette, legge nazionale, autorizza un data center in dieci mesi e del calore non parla. La Lombardia sì, nelle delibere di agosto sulla legge regionale 11. Nessun prelievo da acquedotti, acque potabili o irrigue. Pannelli solari su almeno il 60% delle superfici. Un quarto del calore pronto per essere ceduto.

Sembra Dublino ma non lo è. Acqua, sole e calore non sono obblighi. Chi non recupera un grado di calore e non monta un pannello può essere autorizzato lo stesso. Perde i premi. E il calore “pronto per essere ceduto” resta pronto. La delibera non obbliga a cederlo. Chi li rispetta tutti ha il premio più alto. Meno parcheggi da costruire.

Si chiama greenwashing. Criteri verdi in vetrina, permessi anche a chi li ignora.

Regolamentare si può, e si deve. A Tallaght la regola era la condizione per costruire, scritta prima che Amazon bussasse. Il Comune ha voluto la rete e se l’è tenuta.

Pino Bruno, 15 ottobre 2026.

Prima le regole pubbliche, poi gli investimenti

Concludo con una dichiarazione di intenti che mi sembra necessaria.

Come potete riscontrare, gli esempi sopra riportati hanno una comune visione: le istituzioni pubbliche dettano le regole, secondo principi di salvaguardia del territorio, dell’ambiente e della salute dei cittadini.

Se i DC sono necessari, non significa che debbano essere realizzati dove lo decide SOLO il proponente o l’investitore.

Sfatiamo un mito. Questi insediamenti muovono moltissimo denaro, parliamo di miliardi di euro, ma occorre verificare quanto di questa ricchezza rimanga effettivamente nei Comuni che li ospitano. In particolare, a fronte degli ingenti capitali investiti, l’occupazione diretta permanente risulta generalmente contenuta, pur considerando i posti di lavoro prodotti nella fase di costruzione e nelle attività di manutenzione e gestione.

Quei pochi posti di lavoro stabili richiedono prevalentemente competenze specialistiche informatiche e impiantistiche, mentre una parte delle attività può essere governata da centrali operative collocate anche in altri Paesi.

Viceversa, una volta installati, questi DC dovranno restare in vita e soprattutto essere aggiornati o ampliati per moltissimi anni. Quindi, se generano problemi ai nostri territori, ai prelievi idrici, alle isole di calore, alle emissioni sonore e agli altri impatti ambientali, deve essere posta estrema attenzione alla loro ubicazione.

Soprattutto, occorre chiedere ai proponenti di attuare tutte quelle attenzioni progettuali che negli esempi virtuosi sono state rispettate perché ritenute doverose.

Occorrerà poi monitorare in maniera continuativa, tramite soggetti e certificatori indipendenti, che tutti i parametri progettuali e le prescrizioni autorizzative vengano rispettati durante l’intera vita degli impianti. I posteri ci ringrazieranno!

Mi sembra invece di rilevare una legislazione, sia nazionale che regionale, ancora poco incisiva su alcuni aspetti fondamentali. Anche le recenti disposizioni lombarde, pur introducendo criteri ambientali apprezzabili, sembrano affidare una parte importante della sostenibilità degli interventi a misure premiali, anziché prevedere sempre requisiti inderogabili per la loro ammissibilità.

Se il recupero del calore, il contenimento dei consumi idrici e l’efficienza energetica sono condizioni fondamentali per rendere sostenibili questi insediamenti, dobbiamo chiederci se sia sufficiente premiarli oppure se, almeno per gli impianti di maggiore dimensione, non debbano costituire obblighi da rispettare.

Anche il tema delle compensazioni urbanistiche merita una particolare attenzione.

Spesso le amministrazioni sembrano privilegiare gli introiti economici derivanti dalle trasformazioni, ricorrendo, nei casi consentiti, alla monetizzazione delle dotazioni urbanistiche. Ma occorre distinguere fra gli oneri dovuti, le compensazioni e le effettive opere di mitigazione ambientale.

La corresponsione di una somma di denaro non può essere considerata di per sé sufficiente a compensare ogni effetto prodotto sul territorio, soprattutto quando si tratta di consumo irreversibile di suolo, di risorse idriche o di perdita di aree verdi.

Le aree boschive, le piantumazioni, la depavimentazione, la salvaguardia del suolo permeabile e le altre possibili mitigazioni naturali devono essere considerate parti integranti del progetto, non semplici elementi accessori ai quali rinunciare in cambio di denaro.

Purtroppo, siamo già in forte ritardo, perché queste società dispongono di tantissimi mezzi economici e cercano principalmente un profitto per loro e per i loro azionisti. Sanno benissimo che il “carburante” della crescita dell’Intelligenza Artificiale è costituito anche dai Data Center e quindi stanno correndo a realizzarli, comprando aree, talvolta pagandole molto più del loro precedente valore di mercato.

Proprio questa peculiarità, ovvero che i DC rappresentano infrastrutture strategiche per lo sviluppo delle loro attività, dovrebbe dare alle Istituzioni quella autorevolezza, che purtroppo oggi non riscontro sufficientemente, capace di imporre regole chiare e soprattutto rispettose dell’ambiente, del territorio e della salute delle persone.

Credo che le amministrazioni comunali, ma anche tutte le altre istituzioni, debbano andare in questa direzione: abbandonare la linea dei facili introiti ed essere ferme sui requisiti di ammissibilità di un intervento, autorizzabile solo se rispetta la salvaguardia dell’ambiente e del territorio, il contenimento dei consumi e tutti quei parametri che possono rendere un insediamento come un DC compatibile con il benessere e la salute dei cittadini.

Non basta, dunque, che un intervento sia economicamente sostenibile per il suo investitore. Deve esserlo anche per il territorio che lo accoglie e per la comunità che vi abita.

La responsabilità degli architetti

Nonostante il periodo storico e politico e il contesto sociale siano a mio avviso preoccupanti, sono fiducioso che questi insediamenti possano avere a breve regole più virtuose.

Lo sono perché riscontro un interessamento diretto dei cittadini su questa questione e su aspetti importanti del nostro vivere.

Anche noi Architetti abbiamo molte responsabilità dirette su questi temi, perché giornalmente ci troviamo a decidere e proporre soluzioni progettuali che toccano con mano problematiche complesse.

Non siamo semplicemente chiamati ad adattare gli strumenti urbanistici alle richieste di chi investe, ma a contribuire a una visione più ampia delle trasformazioni, nella quale la qualità dell’ambiente, del paesaggio, delle infrastrutture e dei servizi sia parte integrante del progetto.

Occorre quindi rivendicare il ruolo della pianificazione pubblica, anche a scala territoriale e metropolitana, affinché non sia il singolo investitore a determinare, attraverso la propria disponibilità economica, dove e come modificare il territorio.

Dobbiamo chiederci preventivamente quali siano i luoghi più adatti a ospitare queste infrastrutture, privilegiando le aree già urbanizzate e compromesse, come sia possibile integrarle nelle reti energetiche e nei servizi locali e quali benefici concreti debbano restituire alle comunità che le accolgono.

Se abbiamo bisogno dei Data Center, non per questo dobbiamo rinunciare a governarne gli effetti.

Ci dobbiamo quindi fare carico del compito che la professione che abbiamo scelto implica, e di questo dobbiamo esserne fieri.

Arch. Giuseppe Marsico
Presidente del Comitato Benessere e Salute dei Cittadini