Quattro giorni milanesi. Urbanistica, rendita, conflitto sociale e qualche cortocircuito della storia
Ottobre 18, 2026
Milano, 15–18 ottobre 2026. Un lungo fine settimana piuttosto “pasionario”. Quattro giorni, alcuni episodi apparentemente distanti tra loro e un filo che, a ben vedere, li tiene insieme.
15–16 ottobre. All’ADI Design Museum si svolge il Forum della Rigenerazione Urbana, organizzato dal Comune di Milano. A giudicare dalle critiche di una parte della platea degli operatori, viene quasi il sospetto che l’Amministrazione stia finalmente andando nella direzione giusta.
La variante normativa al PGT arriva tardi, ma è doverosa. Soprattutto è condivisibile nell’approccio prudenziale all’applicazione delle norme urbanistiche, facendo proprie alcune delle questioni emerse nel corso delle recenti vicende giudiziarie e mettendo a sistema le misure correttive già adottate.
Interessante anche il lavoro su quasi un centinaio di aree oggetto di approfondimento: una sorta di micro-urbanistica, zona per zona, che restituisce alla pianificazione un indirizzo pubblico riconoscibile. La scheda presentata sulla Martesana ne è un buon esempio.
Infine, la scelta di ridimensionare l’eccessiva discrezionalità attribuita alle Commissioni per il Paesaggio, restituendo responsabilità al Consiglio comunale, ovvero a chi è stato eletto dai cittadini e a questi deve rendere conto.
Difficile che la variante possa concludere il proprio iter prima delle prossime elezioni. Lascia tuttavia una traccia, un indirizzo per la prossima amministrazione, qualora vi fosse continuità politica. Pare inoltre che, salvo alcune correzioni puntuali, il Comune intenda tirare dritto. Bene così, dopo il cortocircuito dell’urbanistica milanese.
16 ottobre. Da Roma arriva una notizia grave, che riguarda l’ANPI e le provocazioni dell’estrema destra, sempre più presente anche nel dibattito interno alle comunità ebraiche di Roma e Milano. Dopo quanto già accaduto il 25 aprile, assistiamo a un altro episodio di un cortocircuito politico e culturale nel quale le destre radicali italiane e israeliane sembrano trovare nuovi punti di contatto. Viene da chiedersi cosa ne penserebbero Eugenio Curiel, Leo Valiani, Emilio Sereni, Eugenio Colorni e i tanti partigiani ebrei, molti dei quali milanesi, che contribuirono alla Liberazione del nostro Paese. La solidarietà dell’ANPI provinciale di Milano ai compagni romani è piena. La storia, evidentemente, non ha ancora insegnato abbastanza.
17 ottobre. Alle ACLI di Milano, Altreconomia e il Fatto Quotidiano organizzano un bel convegno dal titolo Modello Milano. Anatomia di un sistema-città. Gli interventi, ben coordinati da Francesca Bellini e Gianni Barbacetto, restituiscono da prospettive differenti una lettura impietosa, ma necessaria, delle trasformazioni milanesi.
Elena Granata propone di affrontare legislativamente il fenomeno della ricettività turistica mascherata, dagli Airbnb agli interi edifici sottratti alla residenza, regolamentandone la destinazione d’uso. Pone inoltre un’altra questione interessante: la progressiva privatizzazione non soltanto dello spazio pubblico, ma anche dell’uso di quello privato. Persino un caffè, dove ormai può capitare che sia vietato fermarsi a lavorare con un computer. Marco Philopat propone provocatoriamente di occupare la Fabbrica del Vapore: è talmente grande che forse nessuno se ne accorgerebbe. Vincenzo Latronico racconta il rapporto tra costo dell’abitare, tempo libero e produzione culturale. Se non fosse scappato da una Milano ormai orfana di centri sociali autogestiti per trasferirsi a Berlino, dove poteva mantenersi spendendo poco, probabilmente non avrebbe avuto il tempo e le condizioni materiali per diventare lo scrittore di successo che è oggi. Una riflessione che dovrebbe far meditare chi continua a immaginare Milano come capitale internazionale della creatività, mentre ne espelle progressivamente i possibili protagonisti. Silvia Ballestra prende di mira il dilagare dell’inglese nel lessico della trasformazione urbana: stakeholder, Reinventing Cities e così via. Una lingua che talvolta sembra servire più a nascondere i processi che a raccontarli. Le fotografie di Margherita Del Piano, tra appartamenti costosissimi e improbabili docce panoramiche affacciate sul parco, mostrano efficacemente il lato grottesco della mercificazione immobiliare. Lucia Tozzi allarga lo sguardo a un modello economico di sfruttamento della città che, esaurita o compromessa una stagione milanese, cerca oggi nuovi territori sui quali riprodursi. Andrea Sparaciari ricorda il valore delle inchieste sugli spazi pubblici, sui cortili, sui centri sportivi e sulla loro progressiva sottrazione alla cittadinanza. E poi i comitati di quartiere, presenti in sala, con quindici anni di battaglie alle spalle e la legittima pretesa di ottenere finalmente qualcosa. Ne esce il ritratto di una città che ha progressivamente confuso la propria attrattività con la propria redditività. Due cose assai diverse, anche se il Modello Milano ha cercato per anni di farle coincidere.
Sempre il 17 ottobre, per chiudere la giornata all’insegna dell’impegno, la visione con alcuni amici del documentario Naza, ascoltando le testimonianze, apparentemente dirette, di chi ha partecipato a uno sterminio mediato da un monitor, un pulsante e droni incendiari. La pianificazione tecnologica della morte, dove l’individuazione di migliaia di obiettivi militari finisce per tradursi nell’annientamento di un popolo. Un danno collaterale. La distanza tecnologica tra chi decide e chi muore e un altro cortocircuito della storia.
18 ottobre. I casseurs delle periferie invadono il centro di Milano. Vetrine infrante, saccheggi, devastazioni. Disperazione e gioco, rabbia e consumismo. Crisi economica, perdita del potere d’acquisto, precarietà, paura del futuro, scenari di guerra. Molti nodi stanno venendo al pettine, anche per questo Governo. Ma c’è qualcosa di particolarmente triste, significativo e persino disperante nel vedere giovani che spaccano le vetrine di Foot Locker e Decathlon per impossessarsi di scarpe e abbigliamento di marca.
Semplifico, naturalmente. Eppure temo che il cosiddetto Modello Milano, e più in generale una società fondata sull’omologazione dell’immagine e sul consumo come principale strumento di riconoscimento sociale, abbiano contribuito ad acuire il divario, non soltanto economico, tra chi può permettersi di partecipare a questo modello e chi ne rimane escluso.
Una città che vende continuamente un’immagine di successo, ricchezza e desiderabilità, rendendola al contempo inaccessibile a una parte crescente dei propri abitanti, non può stupirsi se produce anche frustrazione e conflittualità. Ma non c’è nulla di particolarmente rivoluzionario nello sfondare una vetrina per rubare un paio di scarpe. L’esproprio proletario e le chiavi inglesi, di cui spero nessuno senta la mancanza o abbia particolare nostalgia, non c’entrano niente.
Il giorno precedente si era svolta una manifestazione studentesca organizzata, con una testa, una coda, delle rivendicazioni legittime — maggiori investimenti nella scuola pubblica, riduzione delle spese militari, superamento del tetto agli alunni di origine straniera — e una prospettiva politica. Il giorno dopo, un ritrovo di casseurs autoconvocati (o indotti da agenti esterni..) attraverso TikTok e WhatsApp per fare casino. Sono due cose diverse. E sarebbe sbagliato confonderle, anche se il cortocircuito, nella rappresentazione pubblica del conflitto, è già avvenuto.
La celere, nel frattempo, resta la celere di sempre.
Occorrerebbe spiegare a questi ragazzi che, con l’attuale quadro normativo e la sequenza di decreti sicurezza introdotti dal Governo Meloni — che andrebbero radicalmente rivisti —, lo spontaneismo disorganizzato rischia di costare loro molto caro, senza produrre alcun cambiamento.
Ai nostri politici bisognerebbe invece ricordare che il conflitto sociale non nasce dal nulla. È anche il prodotto di decenni di politiche economiche, urbanistiche e sociali che hanno progressivamente ridotto la città a merce, lo spazio pubblico a occasione di profitto, l’abitare a investimento e il cittadino a consumatore.
Non bastano la repressione e neppure la retorica della rigenerazione urbana. Occorre restituire alla politica la capacità di governare i processi, prima che siano i processi a governare la città.
È forse questo il vero fallimento del Modello Milano: aver prodotto una città sempre più desiderabile e sempre meno accessibile, senza interrogarsi abbastanza sulle conseguenze sociali di queste contraddizioni.
Dove eravamo rimasti?
Nel finale di Joker, il film del 2019 di Todd Phillips, durante i tumulti che attraversano Gotham City, un rivoltoso con la maschera da clown uccide Thomas e Martha Wayne davanti agli occhi del piccolo Bruce. Ponendo, inconsapevolmente, le basi per la nascita di Batman.
Una rivolta senza progetto politico, e il suo futuro avversario.
Un altro cortocircuito.
