Lo stadio di Zagabria. Quando a vincere un concorso è l’Architettura

Di concorsi, giovani architetti e di un'Europa che dovrebbe ricordarsi di essere tale.

In un periodo nel quale, a Milano, si discute di progetti per un nuovo stadio sostanzialmente calati dall’alto, a Zagabria hanno fatto una cosa semplice e doverosa per un edificio di interesse pubblico: hanno indetto un concorso internazionale di progettazione.

Al concorso hanno partecipato 88 gruppi di progettisti provenienti da oltre venti Paesi. A vincerlo, con il voto unanime della giuria, è stato uno studio di giovani architetti italiani, VG13 Architects, fondato da Tommaso Fantini e Alberto Rossi, formatisi all’Accademia di architettura di Mendrisio, insieme all’ingegnere Alessandro Garzanti. Tutti poco più che trentenni, sostanzialmente sconosciuti ai più, certamente estranei al consueto circuito delle grandi firme internazionali.

Un risultato che dovrebbe essere salutato come una bella notizia. Non tanto perché hanno vinto degli italiani, ma perché un concorso pubblico, aperto e anonimo, ha consentito a dei giovani professionisti di misurarsi con colleghi molto più affermati e di vincere grazie alla qualità della loro proposta.

La giuria, composta da architetti croati e internazionali, ma anche da rappresentanti delle istituzioni e del mondo sportivo, ha espresso un giudizio unanime. Alla proclamazione dei vincitori è seguita però un’accesa polemica, alimentata dalla stampa e dai social, con critiche al progetto, insinuazioni e persino fotomontaggi denigratori realizzati con l’intelligenza artificiale. È intervenuto direttamente anche il Primo Ministro croato, chiedendo di individuare una strada legale per annullare il concorso.

Sono seguiti alcuni ricorsi, tra cui quello del Ministero dell’Economia croato, e l’autorità competente ha temporaneamente impedito l’avvio delle trattative per l’affidamento dell’incarico, in attesa di decidere sulle contestazioni.

Naturalmente, i progetti si possono discutere e criticare, e i ricorsi sono strumenti di garanzia che devono poter seguire il loro corso. Ma il giudizio sul merito architettonico, le eventuali violazioni delle regole e le preferenze politiche sono tre cose diverse e dovrebbero rimanere tali.

La questione riguarda anche la nostra idea di Europa. Un’Europa che non può essere soltanto un mercato comune o una fonte di finanziamenti, ma deve essere soprattutto uno spazio condiviso di culture e opportunità, nel quale il talento possa circolare liberamente, senza essere condizionato dalla provenienza nazionale o dall’appartenenza a consolidati circuiti professionali. I nazionalismi si combattono anche attraverso i contenuti di una cultura realmente europea, alla quale la scuola di architettura milanese ha dato un contributo straordinario.

Mi torna alla mente un episodio di molti anni fa.

Durante un viaggio di studio in Svizzera, a Losanna, con il professor Emilio Battisti e i nostri studenti, visitammo la scuola di architettura del Politecnico federale. Un professore, che ricordo ricoprisse allora un ruolo di direzione, ci accompagnò a osservare il modello di un progetto di ampliamento dell’università e, davanti agli studenti, tenne una piccola, indimenticabile lezione.

Ci raccontò che, quando era arrivato in Svizzera, aveva iniziato a lavorare con un compagno di studi in uno scantinato. Non erano nessuno. Parteciparono a un concorso per una scuola, lo vinsero e quel concorso cambiò la loro vita professionale. Per questo, spiegava, si era battuto perché i concorsi rimanessero aperti, senza curricula, fatturati o precedenti incarichi utilizzati come barriere all’ingresso. Per lasciare alle generazioni successive le stesse opportunità che aveva avuto lui.

Non ho mai dimenticato quella lezione, chiara e schietta. E in occasione delle celebrazioni per i trent’anni dell’Accademia di architettura di Mendrisio, organizzate dagli ex allievi, mi ha fatto piacere ascoltare i rappresentanti di un altro giovane studio di architettura raccontare che circa il 90% dei loro incarichi proveniva proprio dai concorsi di progettazione.

La generazione dei Bottoni, dei Gregotti, dei Battisti si è battuta, con posizioni anche molto diverse, per affermare il ruolo pubblico dell’architettura e l’importanza del concorso di progettazione quale strumento di confronto culturale, prima ancora che professionale.

Oggi, invece, il concorso aperto, anonimo, fondato sulla qualità del progetto, ha progressivamente ceduto spazio a procedure nelle quali contano soprattutto il curriculum, il fatturato, le opere già realizzate, le dimensioni dello studio. Requisiti che finiscono per premiare chi ha già avuto occasioni e per escludere proprio chi avrebbe bisogno di averne una. Un circolo vizioso nel quale, per progettare uno stadio, sembrerebbe necessario averne già costruito uno.

Ma allora come si comincia? E quale spazio rimane per il progresso dell’architettura?

Il concorso di progettazione dovrebbe servire proprio a questo: a riconoscere il valore delle idee, a consentire il confronto fra generazioni, a offrire opportunità che altrimenti difficilmente si presenterebbero.

Partecipare ai concorsi, anche quando non si ha la ragionevole certezza di vincere, dovrebbe tornare a essere una pratica ordinaria, quasi un dovere etico per ogni architetto. Un modo per contribuire al dibattito sull’architettura, sperimentare idee, prendere posizione sulle trasformazioni delle nostre città.

Per questo il concorso di Zagabria va difeso. Non perché i vincitori siano italiani, né perché abbiano stabilito il proprio studio professionale Milano. Va difeso perché quei giovani architetti hanno partecipato a una competizione pubblica e sono stati proclamati vincitori all’unanimità da una giuria internazionale. Salvo eventuali irregolarità accertate dagli organi competenti, quel risultato deve essere rispettato.

È la loro occasione. Quella che ogni generazione di architetti ha il diritto di giocarsi, senza dover chiedere il permesso a nessuno, senza sentirsi tradita dalle istituzioni, senza vedere svilito il significato stesso del concorso pubblico. Se si indice un concorso, bisogna essere disposti ad accettarne il risultato. Significa anche questo difendere il valore pubblico dell’Architettura.