Categoria: Urbanistica

  • Milano città obesa

    Milano città obesa

    @jamarchitettura

    Il testo che segue è la traccia del mio intervento all’incontro svoltosi il 6 ottobre 2026 presso la sede dell’Ordine su invito di Jacopo Muzio nel quadro del ciclo POLIS, dedicato a “Partecipazione attiva e trasformazioni urbane”.

    In tale contesto, a partire da una lettura originale riguardo ad alcuni aspetti patologici di molte delle attuali dinamiche di trasformazione della nostra città, ho riproposto un dispositivo di informazione e conoscenza a mio avviso cruciale per fornire alla cittadinanza attiva strumenti che le consentano di conoscere e comprendere tali processi e riproporsi a pieno quale necessario arbitro del suo destino.

    La prima parte prende spunto dalla lettura di un interessante articolo dedicato a premialità e incremento volumetrico in deroga al Piano, che mi ha illuminato riguardo all’evidenza che alcuni interventi stranianti siano tuttavia considerati virtuosi poiché definiti -nella retorica dello zero consumo di suolo in salsa di rigenerazione urbana- di densificazione. Mentre sono, se guardati in relazione al quadro più ampio, più propriamente sintomo di una patologia che credo valga la pena di approfondire in relazione a molte delle trasformazioni milanesi avvenute negli ultimi 10 anni e forse più: la città obesa (Ermete Dalprato, InGenio web 28 gennaio 2026).

    A sua volta trova fondamento in quanto già cercavo di esprimere in un precedente intervento, in cui si proponeva di fare ordine tra gli aspetti edilizi, che più o meno ragionevolmente attengono all’interesse privato proprio dell’edificio, e gli aspetti urbanistici propri della città, che dovrebbero attenere all’interesse collettivo, equilibrio che appare oggi ampiamente messo in discussione dalla debordante bulimia di norme edilizie che hanno determinato interventi poco coerenti ad un disegno (https://www.arcipelagomilano.org/2025/10/14/urbanistica-e-o-edilizia-della-norma-e-della-ragione/).

    Le attuali dinamiche di trasformazione urbana spesso passano attraverso norme che, a seguito sia della modifica del titolo 5° del 2001 e le deleghe di competenza che le Regioni hanno acquisito in materia urbanistica, con le conseguenti legiferazioni soprattutto in ambito di rigenerazione; sia per la debordante proliferazione di norme edilizie -di cui non da ultimo il Decreto Salva Casa costituisce una plastica rappresentazione- vedono prevalere operativamente strumenti normativi di ambito edilizio su quello urbanistico. Cerco di spiegarmi.

    Prendendola un po’ da lontano, nell’abc disciplinare, l’urbanistica si dovrebbe occupare di regolare i principali parametri di governo del territorio quali:
    • Localizzazione (zonizzazione)
    • Volumetria (alias abitanti insediabili)
    • Uso (destinazione dei suoli e dei volumi su di esso insediati)
    Dunque in sostanza disciplinando:
    • Destinazione d’uso
    • Carico urbanistico
    • Dotazioni territoriali, ovvero le urbanizzazioni, primarie e secondarie

    Negli ultimi 15/20 anni le norme legate alle azioni di rigenerazione che stabiliscono premialità di incremento volumetrico in deroga al Piano sono state di fatto norme edilizie, anche se incidono e modificano assetti che dovrebbero appartenere al quadro urbanistico, quali come sopra ricordato la densità edilizia e il relativo carico urbanistico, legato in generale al cambio d’uso, generato dalle nuove utenze inesorabilmente createsi.
    Un procedere che ha determinato significative trasformazioni del tessuto urbano senza il sostegno di un adeguato disegno urbanistico sotteso, a tutela dell’interesse collettivo generale.

    Tali trasformazioni ingenerano infatti un forte aumento volumetrico che atterrando su aree già precedentemente in uso -dunque virtuose poiché senza consumo di suolo- agiscono sul corpo edilizio, secondo principi che tuttavia poco o nulla ha a che fare con la cultura e disciplina della città densa, la cui matrice si dibatte tra città Hausmaniana di matrice europea che a cavallo XIX secolo ha toccato molte capitali non solo europee, e città di matrice per lo più anglosassone di concentrazione e sviluppo in altezza, proprio di molte Downtown soprattutto anglosassoni.
    Principi di espansione che definiscono uno sviluppo in qualche modo organico, ovvero coerente con il tessuto esistente, sia esso il palazzo d’affitto parigino o la torre americana.
    Nulla a che vedere con quanto ci sembra essere successo nella nostra città.

    Ciò che rappresenta la differenza tra città organicamente densa, informata da principi che definiscono un tipo urbano organicamente riconoscibile -Parigi Barcellona o anche Milano nel disegno dei moderni e non solo del dopoguerra, come Bottoni o De Finetti ci hanno insegnato- o patologicamente obesa è nel fatto che lo sviluppo non è dato da un disegno, ma da una rottura di equilibri determinato da trasformazioni estranee al tessuto originario, di cui possono ignorare la relazione poiché agiscono in autonomia sul proprio corpo, ovvero che alterano il tessuto originale e soprattutto il suo funzionamento: la città obesa, appunto.

    Un distinguo che ci aiuta a comprendere anche sul piano di pura percezione la sensazione piuttosto diffusa di “cementificazione” di cui è stata oggetto la nostra città, là dove nella realtà se il suolo consumato -come ricordato recentemente in veste polemica quanto inopportuna nel senso fin qui espresso dal sindaco Sala – è prossimo allo zero, tale non è il volume su di esso informato, ovvero attraverso la modifica pesante della “Massa corporea” di molti nuovi interventi.

    Le tante trasformazioni che hanno beneficiato di incentivi, per lo più ma non solo in altezza, che costituiscono la reale trasformazione fisica e d’uso del tessuto originario, senza che vi sia stato un adeguato aggiornamento delle infrastrutture di servizio ad esse, è stato non di meno accompagnato dalla radicale rivalutazione dei valori immobiliari e con essa l’inesorabile allontanamento sociale secondo classiche dinamiche di gentrificazione.

    Vi è dunque un distinguo tra densificazione come principio urbanistico, legato alla crescita e trasformazione in stretto regime di limitazione del consumo di suolo a favore della trasformazione del tessuto esistente secondo regole generali e condivise, dall’aumento di volume indotto invece dall’applicazione di norme edilizie cui se non bastasse si aggiungono altri espedienti (edilizi) strumentali all’aumento di volume senza aumento di sl.

    Un monito sostanziale a ristabilire equilibrio nella regolazione delle trasformazioni e di governo del territorio, a mantenere distinti gli aspetti normativi edilizi, che attengono l’arte del costruire gli edifici di interesse privato, dagli aspetti urbanistici propri della comunità urbana, cui dovrebbe attenere la tutela dell’interesse collettivo.

    La cosiddetta rigenerazione -che ha assunto un alto valore rappresentativo, al punto da soppiantare l’urbanistica fin nel nome dell’assessorato di riferimento- deve ripartire dal chiarire la mistica del concetto di ristrutturazione e di recupero, là dove le norme edilizie hanno portato via via a spogliare dalla sua radice di significato attinente il rifacimento in sembianza, privandola prima di sagoma, poi di sedime e riducendola infine a puro volume, pura cubatura spalmabile e pure gonfiabile attraverso azioni di perequazione: tutto quanto ha permesso di trasformare il tessuto esistente nel modo a nostro avviso patologico più sopra descritto, senza legami col tessuto esistente o principi ad esso organici.

    Come già accennato, norme varate a livello regionale ed esasperate localmente di fatto hanno allontanato la prassi corrente dalle indicazioni nazionali -siano pur vetuste (tra legge generale del ‘42 e ponte del ‘66/68 vedi DL.1444)- che non a caso nascevano già a contrasto dello sviluppo selvaggio degli anni del boom e a incentivo a perseguire un modello di sviluppo che -a onore della nostra Costituzione- “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” (art.41 della Costituzione).

    Informazione e conoscenza

    Cercando di ritornare al tema sotteso all’incontro di oggi e in particolare all’aspetto cruciale della partecipazione attiva della cittadinanza alle dinamiche di trasformazione della città, riparto proprio dal luogo in cui ci troviamo, l’Ordine degli Architetti PPC di Milano, e ciò che rappresenta. Cito dallo statuto:
    “Compito dell’Ordine è la valorizzazione della categoria professionale degli iscritti a vantaggio e a tutela dell’utenza e dell’interesse pubblico, favorendo una cultura della progettazione di qualità nel rispetto del patrimonio culturale storico e artistico collettivo.”

    Nel quadro delle dinamiche di trasformazione piuttosto schizofreniche che fin qui ho cercato di rappresentare a livello teorico generale, l’Ordine dovrebbe rendersi promotore di letture puntuali attraverso adeguati strumenti di divulgazione utili a permettere alla cittadinanza non solo di conoscere il patrimonio nobile e storico -così come ha efficacemente fatto nel corso degli anni con gli Itinerari dell’architettura Moderna milanese e le relative ottime iniziative editoriali- ma soprattutto di conoscenza e comprensione dei fenomeni di trasformazione urbana in corso ovvero futuri, in coerenza al citato mandato di tutela dell’interesse pubblico e promozione della cultura del progetto.

    Oggi la ridondanza di informazioni che circolano in rete riguardo le molteplici trasformazioni in atto, vuoi anche a causa dei numerosi procedimenti di giustizia in corso, vuoi prodotte direttamente dagli operatori che ne danno visibilità inesorabilmente di parte, vuoi da controinformazione che vede il male un po’ dappertutto, rende necessario un autorevole filtro di lettura per non soccombere al marasma di informazioni vaghe e tendenziose.

    Voglio dire che si ripropone la necessità di un dispositivo di comunicazione dedicato alla lettura e divulgazione delle trasformazioni fisiche in atto nella città a scala metropolitana, a incentivare la partecipazione attiva della cittadinanza in modo critico e consapevole, proprio attraverso la trasparenza di lettura dei fenomeni attraverso apparati di prima mano. La creazione insomma di un apparato critico che permetta di comprendere senza soccombere alle tante polemiche e approssimazioni a mezzo stampa che troppo spesso fraintendono la reale entità delle trasformazioni in corso, determinando la palude informativa in cui ancora ci troviamo a distanza di quasi 5 anni dalla prima denuncia di ambito urbanistico milanese.

    Dunque un Atlante delle trasformazioni di cui da tempo proponiamo lo sviluppo, ad alimentare una cultura diffusa che deve necessariamente partire dal basso per rigenerare -giusto per restare in tema- la democrazia oggi seriamente messa alla prova da istanze autoritarie, quale promessa di uguaglianza, libertà e partecipazione.

    Città come comunità: partecipazione attiva

    come ci ricorda Consonni nel suo ahimè ultimo libro (Giancarlo Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città, quodlibet 2024) diversamente avviene che: “Il luogo ove si celebra l’appartenenza alla comunità viene svuotato di senso dalle pratiche di “rigenerazione” urbana che la nostra amministrazione milanese ha avviato e che pretende di difendere ed estendere come modello di “sviluppo”. La spoliazione di quello spazio pubblico per eccellenza che è la città a favore di interessi privati, fondi speculativi, progettisti e costruttori che non hanno alcuna visione del “bello” e della “funzione civile”, a cui sarebbero tenuti e di cui dovrebbero in qualche misura essere artefici. (verrebbe da citare anche Cino Zucchi e il significato profondo di agire con Urbanità ndr) La politica occupa le amministrazioni pubbliche per mettersi al servizio del profitto di pochi dimenticando la propria ragion d’essere, la difesa e la valorizzazione del bene pubblico, di cui la città rappresenta un elemento essenziale, in una comunità democratica”.

    Concludendo:
    “Abitare la città, essendone cittadini, implica il dovere di prendersene cura e di trasmettere alle generazioni future la necessità di difendere e valorizzare il valore immanente che la città rappresenta per coloro che vi abitano, luogo ove si sviluppano le relazioni sociali e non di disgregazione sociale o ambito per svolgere “funzioni” specialistiche dove si distribuiscono le attività umane senza relazioni di partecipazione e cura del benessere sociale.”

    “Urbanità e casa, un’unica questione politica; si determinano modelli abitativi che producono la gentrificazione delle zone centrali e la disseminazione incontrollata degli insediamenti abitativi, un’urbanizzazione che non produce città, ma che sotto altri aspetti va a detrimento della sostenibilità ambientale e della sostenibilità sociale, purtroppo tra la diffusa indifferenza di gran parte della cittadinanza.”

    Proprio a detrimento di questo monito dovremmo rispondere rimboccandoci le maniche per lavorare alla definizione di nuovi strumenti che permettano alla cittadinanza riappropriarsi della propria città e di scuotersi da tale indifferenza, azione che trova conforto nella Costituzione, là dove come già ricordato l’Articolo 41 ci dice:

    “L’iniziativa economica privata è libera.
    Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
    La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.

    Dove eravamo rimasti?


    Francesco de Agostini

  • Costruire che cosa e per chi

    Costruire che cosa e per chi

    Milano e il bilancio di un modello

    Nessuna trasformazione dello spazio è innocente. In anni di professione ho imparato che l’architettura è sempre un atto di violenza, tanto più quando si ricostruiscono intere porzioni di città. Spostare un confine, alzare un volume, chiudere un cortile o aprirlo decide chi potrà abitare un luogo, chi potrà permetterselo e chi ne resterà fuori. La domanda non è se fare violenza o no, ma se farla per uno scopo degno. Prima della forma viene dunque il traguardo; e prima ancora la consapevolezza che il progetto contribuisce a strutturare una società, spesso a vantaggio di alcuni e a volte non di altri.

    I progetti invecchiano come le costruzioni, e il tempo è il collaudo più severo. Dopo quindici anni Milano offre questa verifica su scala urbana: una città più attrattiva, più costosa e più diseguale. Qui il mestiere dell’architetto e la sua responsabilità civile non coincidono, ma non possono più stare in stanze separate. Serve un doppio movimento: allontanarsi abbastanza da giudicare gli effetti di ciò che si progetta, avvicinarsi abbastanza da conoscere chi li vivrà.

    Il modello

    Nell’ultimo quindicennio la città ha costruito un modello di trasformazione riconoscibile e, per molti aspetti, anche vincente. Proprio per questo va misurato sui suoi effetti, e non soltanto sulle sue immagini, e dopo quindici anni si può arrivare a delle conclusioni.

    Dalla stagione di Expo 2015 ai cantieri olimpici del 2026, Milano si è trasformata seguendo una formula coerente: l’urbanistica negoziata, in cui il pubblico fissa le regole e il privato propone e realizza; la rigenerazione delle grandi aree dismesse, da Porta Nuova a CityLife, dagli scali ferroviari a MIND; l’attrattività internazionale come obiettivo esplicito. Questa è stata la formula fino a oggi.

    I risultati sono reali e sarebbe disonesto negarli: aree abbandonate restituite all’uso, nuovi parchi, una città tornata a crescere, architetture di una qualità che da tempo non si vedevano in città, si è consolidata un’immagine internazionale che Milano non aveva mai avuto in questa misura. Sul piano di ciò che il progetto prefigurava, possiamo dire che il modello ha mantenuto le promesse.

    Ciò che il tempo restituisce

    Il bilancio cambia se si guarda a ciò che il modello ha prodotto attorno ai suoi oggetti. Il canone medio richiesto in città ha raggiunto 23,3 euro/mq al mese, 35 nel centro storico, ma i rincari più forti riguardano oggi i quartieri popolari, con Corvetto e Lorenteggio al loro massimo storico. Tra il 2023 e il 2024 i canoni dei nuovi contratti sono cresciuti del 6,8% e i salari di circa la metà; casa e trasporti assorbono fino al 60% del reddito, e per un operaio la casa abbordabile misura 25 mq, meno dei tagli minimi sul mercato. È un processo di espulsione che non si è fermato ai confini comunali, ma si è esteso all’intera città metropolitana.

    A questo si aggiunge la precarizzazione dell’abitare: gli affitti a lungo termine sono scesi dal 79,5% al 64% dei contratti, e la residenza stabile diventa un privilegio. Intanto almeno 16.000 alloggi popolari restano vuoti in attesa di lavori, 10.000 di Aler e 6.000 di MM (Corriere 19.03.2025), con un costo pubblico di circa 49 milioni l’anno. Infine, la certezza della regola, Il 16 giugno 2026 il tribunale ha assolto tutti gli imputati del primo processo dell’inchiesta sull’urbanistica, relativo a Torre Milano in via Stresa. Nelle motivazioni la giudice esclude qualunque accordo criminoso, ma rileva una situazione di grande incertezza interpretativa: i funzionari avevano seguito la prassi comunale di autorizzare con Scia interventi di demolizione e ricostruzione anche rilevanti. Altri filoni restano aperti. Il dato politico, prima ancora che giudiziario, è chiaro: per anni la trasformazione della città si è retta su interpretazioni estensive della norma, avallate a lungo anche dalla giustizia amministrativa e mai messe in discussione finché erano funzionali alla crescita. Quando la regola diventa variabile dipendente della trasformazione, la città perde lo strumento con cui dovrebbe governarla; e a pagare l’incertezza sono anche gli acquirenti, gli abitanti e i professionisti in buona fede.

    Il nodo: che cosa si misura

    Il limite del Modello milanese sta nei suoi indicatori, più che nelle sue singole opere. Si sono misurati i volumi realizzati, gli investimenti attratti, i valori immobiliari, la visibilità internazionale. Non si sono misurati con la stessa cura gli effetti: chi abita oggi nei quartieri trasformati e chi vi abitava prima; quanto costa vivere oggi a Milano per chi la fa funzionare; quanto è cresciuta la distanza tra le parti della città.

    Gli oneri di urbanizzazione sono rimasti fermi per quindici anni mentre i valori correvano; gli sconti previsti per il riuso, giusti in principio, diventano un trasferimento di valore dal pubblico al privato quando un capannone si trasforma in una torre di pregio.

    Nell’urbanistica negoziata il beneficio collettivo è ciò che si ottiene in cambio, non ciò da cui si parte. Gli standard vengono monetizzati, le opere pubbliche dipendono dalla redditività dell’operazione privata, la città pubblica diventa un residuo negoziale. Un progetto urbano andrebbe invece giudicato anche a dieci o vent’anni dalla consegna, come si giudica un edificio dalla sua durata e non dal suo rendering di presentazione alla “Commissione per il Paesaggio”.

    Il progetto come scelta politica

    Sarebbe comodo attribuire tutto alla politica urbana o al mercato. Ma una parte decisiva del valore di un luogo si decide dentro il progetto, e molte scelte che trattiamo come tecniche sono in realtà distributive. Il taglio degli alloggi stabilisce se un edificio è pensato per l’investimento o per chi resta; il piano terra può chiudersi in un basamento presidiato o aprirsi alla strada; lo spazio aperto di un cortile può restare un vuoto condiviso o diventare un lotto da densificare. I costi di gestione selezionano gli abitanti più dei prezzi di vendita, e la qualità costruttiva decide chi pagherà i difetti: chi, come me, lavora spesso sul patrimonio condominiale degli anni Cinquanta e Settanta ne conosce bene il prezzo.

    In ciascuna di queste decisioni si confrontano il valore d’uso e il valore di scambio. Il secondo si realizza in fretta, alla vendita; il primo si accumula, o si consuma, nel tempo. Un progetto che massimizza il valore di scambio al momento della consegna può produrre, vent’anni dopo, un edificio costoso, rigido e socialmente chiuso. Un progetto che lavora sul valore d’uso costruisce invece un patrimonio che continua a rendere alla città.

    Per questo il progetto non è mai neutrale. Il progettista non decide le politiche urbane, ma traduce un programma in materia costruita, e in quella traduzione dispone di margini reali: nella composizione dell’offerta, nella forma dello spazio aperto, nella qualità di ciò che restaa disposizione di tutti. Quei margini sono il luogo concreto della responsabilità politica dell’architetto.

    Distanza e prossimità

    Per questo distanza e prossimità vanno dosate con cura. La distanza è la capacità di non aderire: al committente, alla norma piegata alla convenienza. È distanza dalla retorica: rigenerazione, sostenibilità, inclusione sono parole che vanno verificate nei fatti, non usate come etichette. È infine distanza dal conflitto di interessi: chi siede in una commissione di valutazione pubblica non può essere, nello stesso tempo, parte delle operazioni che valuta né avere interessi, diretti o indiretti, in società di settore.

    La prossimità è la capacità di stare nei luoghi, conoscendo abitanti, condomini e quartieri che non entrano nelle cartoline. La responsabilità che ne deriva si esercita nel singolo progetto; nella professione come corpo collettivo, che può contribuire alla revisione delle regole a partire dalla variante al PGT in corso; e nel dibattito pubblico, rendendo leggibile chi guadagna, chi paga e che cosa resta alla città.

    Costruire che cosa e per chi

    Ne discende un ordine di priorità: partire dal patrimonio esistente, a cominciare dagli alloggi pubblici vuoti è il più immediato intervento di politica abitativa disponibile, e costa meno che tenerli chiusi; rendere non negoziabile una quota di città pubblica; legare sconti e premialità a ciò che l’intervento restituisce non soltanto alla categoria edilizia; restituire certezza alla regola; valutare gli interventi dopo la loro realizzazione; progettare per il tempo lungo, non solo per la vendita; Riconoscere il ruolo civile della professione: l’architetto non decide le politiche urbane, ma può renderne visibili le conseguenze e rifiutare di presentarle come neutre.

    Passati quindici anni, Milano ha dimostrato di saper costruire. La domanda che il suo stesso successo riapre è un’altra: costruire che cosa, e oggi soprattutto per chi?

    Pier Alberto Ferré