Ottobre 18, 2026

Il testo che segue è la traccia del mio intervento all’incontro svoltosi il 6 ottobre 2026 presso la sede dell’Ordine su invito di Jacopo Muzio nel quadro del ciclo POLIS, dedicato a “Partecipazione attiva e trasformazioni urbane”.
In tale contesto, a partire da una lettura originale riguardo ad alcuni aspetti patologici di molte delle attuali dinamiche di trasformazione della nostra città, ho riproposto un dispositivo di informazione e conoscenza a mio avviso cruciale per fornire alla cittadinanza attiva strumenti che le consentano di conoscere e comprendere tali processi e riproporsi a pieno quale necessario arbitro del suo destino.
La prima parte prende spunto dalla lettura di un interessante articolo dedicato a premialità e incremento volumetrico in deroga al Piano, che mi ha illuminato riguardo all’evidenza che alcuni interventi stranianti siano tuttavia considerati virtuosi poiché definiti -nella retorica dello zero consumo di suolo in salsa di rigenerazione urbana- di densificazione. Mentre sono, se guardati in relazione al quadro più ampio, più propriamente sintomo di una patologia che credo valga la pena di approfondire in relazione a molte delle trasformazioni milanesi avvenute negli ultimi 10 anni e forse più: la città obesa (Ermete Dalprato, InGenio web 28 gennaio 2026).
A sua volta trova fondamento in quanto già cercavo di esprimere in un precedente intervento, in cui si proponeva di fare ordine tra gli aspetti edilizi, che più o meno ragionevolmente attengono all’interesse privato proprio dell’edificio, e gli aspetti urbanistici propri della città, che dovrebbero attenere all’interesse collettivo, equilibrio che appare oggi ampiamente messo in discussione dalla debordante bulimia di norme edilizie che hanno determinato interventi poco coerenti ad un disegno (https://www.arcipelagomilano.org/2025/10/14/urbanistica-e-o-edilizia-della-norma-e-della-ragione/).
Le attuali dinamiche di trasformazione urbana spesso passano attraverso norme che, a seguito sia della modifica del titolo 5° del 2001 e le deleghe di competenza che le Regioni hanno acquisito in materia urbanistica, con le conseguenti legiferazioni soprattutto in ambito di rigenerazione; sia per la debordante proliferazione di norme edilizie -di cui non da ultimo il Decreto Salva Casa costituisce una plastica rappresentazione- vedono prevalere operativamente strumenti normativi di ambito edilizio su quello urbanistico. Cerco di spiegarmi.
Prendendola un po’ da lontano, nell’abc disciplinare, l’urbanistica si dovrebbe occupare di regolare i principali parametri di governo del territorio quali:
• Localizzazione (zonizzazione)
• Volumetria (alias abitanti insediabili)
• Uso (destinazione dei suoli e dei volumi su di esso insediati)
Dunque in sostanza disciplinando:
• Destinazione d’uso
• Carico urbanistico
• Dotazioni territoriali, ovvero le urbanizzazioni, primarie e secondarie
Negli ultimi 15/20 anni le norme legate alle azioni di rigenerazione che stabiliscono premialità di incremento volumetrico in deroga al Piano sono state di fatto norme edilizie, anche se incidono e modificano assetti che dovrebbero appartenere al quadro urbanistico, quali come sopra ricordato la densità edilizia e il relativo carico urbanistico, legato in generale al cambio d’uso, generato dalle nuove utenze inesorabilmente createsi.
Un procedere che ha determinato significative trasformazioni del tessuto urbano senza il sostegno di un adeguato disegno urbanistico sotteso, a tutela dell’interesse collettivo generale.
Tali trasformazioni ingenerano infatti un forte aumento volumetrico che atterrando su aree già precedentemente in uso -dunque virtuose poiché senza consumo di suolo- agiscono sul corpo edilizio, secondo principi che tuttavia poco o nulla ha a che fare con la cultura e disciplina della città densa, la cui matrice si dibatte tra città Hausmaniana di matrice europea che a cavallo XIX secolo ha toccato molte capitali non solo europee, e città di matrice per lo più anglosassone di concentrazione e sviluppo in altezza, proprio di molte Downtown soprattutto anglosassoni.
Principi di espansione che definiscono uno sviluppo in qualche modo organico, ovvero coerente con il tessuto esistente, sia esso il palazzo d’affitto parigino o la torre americana.
Nulla a che vedere con quanto ci sembra essere successo nella nostra città.
Ciò che rappresenta la differenza tra città organicamente densa, informata da principi che definiscono un tipo urbano organicamente riconoscibile -Parigi Barcellona o anche Milano nel disegno dei moderni e non solo del dopoguerra, come Bottoni o De Finetti ci hanno insegnato- o patologicamente obesa è nel fatto che lo sviluppo non è dato da un disegno, ma da una rottura di equilibri determinato da trasformazioni estranee al tessuto originario, di cui possono ignorare la relazione poiché agiscono in autonomia sul proprio corpo, ovvero che alterano il tessuto originale e soprattutto il suo funzionamento: la città obesa, appunto.
Un distinguo che ci aiuta a comprendere anche sul piano di pura percezione la sensazione piuttosto diffusa di “cementificazione” di cui è stata oggetto la nostra città, là dove nella realtà se il suolo consumato -come ricordato recentemente in veste polemica quanto inopportuna nel senso fin qui espresso dal sindaco Sala – è prossimo allo zero, tale non è il volume su di esso informato, ovvero attraverso la modifica pesante della “Massa corporea” di molti nuovi interventi.
Le tante trasformazioni che hanno beneficiato di incentivi, per lo più ma non solo in altezza, che costituiscono la reale trasformazione fisica e d’uso del tessuto originario, senza che vi sia stato un adeguato aggiornamento delle infrastrutture di servizio ad esse, è stato non di meno accompagnato dalla radicale rivalutazione dei valori immobiliari e con essa l’inesorabile allontanamento sociale secondo classiche dinamiche di gentrificazione.
Vi è dunque un distinguo tra densificazione come principio urbanistico, legato alla crescita e trasformazione in stretto regime di limitazione del consumo di suolo a favore della trasformazione del tessuto esistente secondo regole generali e condivise, dall’aumento di volume indotto invece dall’applicazione di norme edilizie cui se non bastasse si aggiungono altri espedienti (edilizi) strumentali all’aumento di volume senza aumento di sl.
Un monito sostanziale a ristabilire equilibrio nella regolazione delle trasformazioni e di governo del territorio, a mantenere distinti gli aspetti normativi edilizi, che attengono l’arte del costruire gli edifici di interesse privato, dagli aspetti urbanistici propri della comunità urbana, cui dovrebbe attenere la tutela dell’interesse collettivo.
La cosiddetta rigenerazione -che ha assunto un alto valore rappresentativo, al punto da soppiantare l’urbanistica fin nel nome dell’assessorato di riferimento- deve ripartire dal chiarire la mistica del concetto di ristrutturazione e di recupero, là dove le norme edilizie hanno portato via via a spogliare dalla sua radice di significato attinente il rifacimento in sembianza, privandola prima di sagoma, poi di sedime e riducendola infine a puro volume, pura cubatura spalmabile e pure gonfiabile attraverso azioni di perequazione: tutto quanto ha permesso di trasformare il tessuto esistente nel modo a nostro avviso patologico più sopra descritto, senza legami col tessuto esistente o principi ad esso organici.
Come già accennato, norme varate a livello regionale ed esasperate localmente di fatto hanno allontanato la prassi corrente dalle indicazioni nazionali -siano pur vetuste (tra legge generale del ‘42 e ponte del ‘66/68 vedi DL.1444)- che non a caso nascevano già a contrasto dello sviluppo selvaggio degli anni del boom e a incentivo a perseguire un modello di sviluppo che -a onore della nostra Costituzione- “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” (art.41 della Costituzione).
Informazione e conoscenza
Cercando di ritornare al tema sotteso all’incontro di oggi e in particolare all’aspetto cruciale della partecipazione attiva della cittadinanza alle dinamiche di trasformazione della città, riparto proprio dal luogo in cui ci troviamo, l’Ordine degli Architetti PPC di Milano, e ciò che rappresenta. Cito dallo statuto:
“Compito dell’Ordine è la valorizzazione della categoria professionale degli iscritti a vantaggio e a tutela dell’utenza e dell’interesse pubblico, favorendo una cultura della progettazione di qualità nel rispetto del patrimonio culturale storico e artistico collettivo.”
Nel quadro delle dinamiche di trasformazione piuttosto schizofreniche che fin qui ho cercato di rappresentare a livello teorico generale, l’Ordine dovrebbe rendersi promotore di letture puntuali attraverso adeguati strumenti di divulgazione utili a permettere alla cittadinanza non solo di conoscere il patrimonio nobile e storico -così come ha efficacemente fatto nel corso degli anni con gli Itinerari dell’architettura Moderna milanese e le relative ottime iniziative editoriali- ma soprattutto di conoscenza e comprensione dei fenomeni di trasformazione urbana in corso ovvero futuri, in coerenza al citato mandato di tutela dell’interesse pubblico e promozione della cultura del progetto.
Oggi la ridondanza di informazioni che circolano in rete riguardo le molteplici trasformazioni in atto, vuoi anche a causa dei numerosi procedimenti di giustizia in corso, vuoi prodotte direttamente dagli operatori che ne danno visibilità inesorabilmente di parte, vuoi da controinformazione che vede il male un po’ dappertutto, rende necessario un autorevole filtro di lettura per non soccombere al marasma di informazioni vaghe e tendenziose.
Voglio dire che si ripropone la necessità di un dispositivo di comunicazione dedicato alla lettura e divulgazione delle trasformazioni fisiche in atto nella città a scala metropolitana, a incentivare la partecipazione attiva della cittadinanza in modo critico e consapevole, proprio attraverso la trasparenza di lettura dei fenomeni attraverso apparati di prima mano. La creazione insomma di un apparato critico che permetta di comprendere senza soccombere alle tante polemiche e approssimazioni a mezzo stampa che troppo spesso fraintendono la reale entità delle trasformazioni in corso, determinando la palude informativa in cui ancora ci troviamo a distanza di quasi 5 anni dalla prima denuncia di ambito urbanistico milanese.
Dunque un Atlante delle trasformazioni di cui da tempo proponiamo lo sviluppo, ad alimentare una cultura diffusa che deve necessariamente partire dal basso per rigenerare -giusto per restare in tema- la democrazia oggi seriamente messa alla prova da istanze autoritarie, quale promessa di uguaglianza, libertà e partecipazione.
Città come comunità: partecipazione attiva
come ci ricorda Consonni nel suo ahimè ultimo libro (Giancarlo Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città, quodlibet 2024) diversamente avviene che: “Il luogo ove si celebra l’appartenenza alla comunità viene svuotato di senso dalle pratiche di “rigenerazione” urbana che la nostra amministrazione milanese ha avviato e che pretende di difendere ed estendere come modello di “sviluppo”. La spoliazione di quello spazio pubblico per eccellenza che è la città a favore di interessi privati, fondi speculativi, progettisti e costruttori che non hanno alcuna visione del “bello” e della “funzione civile”, a cui sarebbero tenuti e di cui dovrebbero in qualche misura essere artefici. (verrebbe da citare anche Cino Zucchi e il significato profondo di agire con Urbanità ndr) La politica occupa le amministrazioni pubbliche per mettersi al servizio del profitto di pochi dimenticando la propria ragion d’essere, la difesa e la valorizzazione del bene pubblico, di cui la città rappresenta un elemento essenziale, in una comunità democratica”.
Concludendo:
“Abitare la città, essendone cittadini, implica il dovere di prendersene cura e di trasmettere alle generazioni future la necessità di difendere e valorizzare il valore immanente che la città rappresenta per coloro che vi abitano, luogo ove si sviluppano le relazioni sociali e non di disgregazione sociale o ambito per svolgere “funzioni” specialistiche dove si distribuiscono le attività umane senza relazioni di partecipazione e cura del benessere sociale.”
“Urbanità e casa, un’unica questione politica; si determinano modelli abitativi che producono la gentrificazione delle zone centrali e la disseminazione incontrollata degli insediamenti abitativi, un’urbanizzazione che non produce città, ma che sotto altri aspetti va a detrimento della sostenibilità ambientale e della sostenibilità sociale, purtroppo tra la diffusa indifferenza di gran parte della cittadinanza.”
Proprio a detrimento di questo monito dovremmo rispondere rimboccandoci le maniche per lavorare alla definizione di nuovi strumenti che permettano alla cittadinanza riappropriarsi della propria città e di scuotersi da tale indifferenza, azione che trova conforto nella Costituzione, là dove come già ricordato l’Articolo 41 ci dice:
“L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.
Dove eravamo rimasti?
Francesco de Agostini


